Loading...
CPM News

CUSTODIRE IL DIRITTO, GOVERNARE IL CAMBIAMENTO

Sono parole sulle quali vale la pena riflettere, soprattutto oggi, mentre il mondo della giustizia e la stessa professione forense stanno cambiando molto rapidamente.

Dopo tanti anni di professione, dopo l’esperienza di Consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Roma e oggi come Presidente della Camera Penale Militare, continuo ad avere una convinzione molto semplice: l’Avvocatura ha bisogno di meno parole e di più fatti.

Congressi, documenti, programmi e dichiarazioni sono certamente importanti. Ma acquistano valore soltanto quando riescono a tradursi in risultati concreti per gli avvocati.

Per questo credo che ogni incarico istituzionale debba essere vissuto innanzitutto come un servizio.

Una carica nell’Avvocatura non è un trampolino. È servizio, è l’occasione per occuparsi realmente dei problemi di chi esercita questa professione ogni giorno, soprattutto per ascoltare.

Ascoltare anche chi non appartiene ai vertici, chi non partecipa abitualmente ai tavoli decisionali, chi semplicemente ogni mattina apre il proprio studio e affronta una professione divenuta sempre più complessa.

Se tanti giovani avvocati abbandonano la libera professione per cercare altrove maggiore stabilità, non possiamo limitarci a constatarlo. Dobbiamo domandarci perché, forse dobbiamo anche chiederci che cosa abbiamo concretamente fatto perché essere avvocato continui a rappresentare una scelta professionale possibile, dignitosa e soprattutto libera.

Ho sempre avuto difficoltà ad accettare ogni forma di prevaricazione, comprese quelle intellettuali: l’idea che una proposta debba valere di più semplicemente perché proviene da chi occupa una posizione più elevata.

Non dovrebbe essere così.

Le buone idee non hanno gerarchia.

Credo che il cambiamento possa essere realmente governato soltanto quando viene condiviso, non quando viene deciso da pochi e comunicato agli altri.

In questo cambiamento entra inevitabilmente l’intelligenza artificiale.

Non credo abbia senso averne paura. È già uno strumento del nostro presente e sarà sempre più presente nel lavoro dell’avvocato, nella ricerca, nell’analisi dei precedenti, nell’organizzazione dello studio e nell’elaborazione delle informazioni.

Ma la domanda che pongo è un’altra: vogliamo un’Avvocatura più intelligente o soltanto un’Avvocatura più veloce? Perché non è la stessa cosa, una macchina può trovare 100 sentenze in pochi secondi, può suggerirci una argomentazione. Ma non conosce il peso di una Toga, non conosce il dubbio.

Non conosce la responsabilità di difendere la libertà, il patrimonio, gli affetti, qualche volta l’intera vita di un altro essere umano. E soprattutto non ha coscienza. Per questo l’intelligenza artificiale deve essere uno strumento dell’avvocato, ma non il contrario.

Per questo, proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale, considero ancora più importante parlare di etica.

E continuo a dirlo senza formule sofisticate: l’etica dell’avvocato non è una facezia.

Non coincide con i crediti formativi e non può essere ricordata soltanto quando nasce un problema disciplinare.

L’etica è indipendenza. È responsabilità.

L’etica è anche ciò che facciamo quando nessuno ci guarda.

Lo stesso valore dell’indipendenza mi porta a guardare alla magistratura.

Auspico una magistratura forte proprio perché indipendente.

Indipendente dalla politica, certamente, ma capace di conservare la propria autonomia anche rispetto alle dinamiche interne e alle appartenenze.

Le correnti possono rappresentare luoghi di confronto culturale. Desidero, però, una magistratura nella quale l’autorevolezza del singolo magistrato derivi innanzitutto dalla preparazione, dalla conoscenza del diritto, dall’equilibrio, dalla capacità di ascoltare e dall’indipendenza con la quale esercita la propria funzione.

Da avvocato, desidero entrare in un’aula di giustizia senza avere alcuna necessità di sapere a quale corrente appartenga il magistrato, ambisco incontrare un giudice che conosca il diritto, ascolti realmente le parti e decida secondo diritto e coscienza.

Questo non significa essere contro la magistratura, al contrario, significa auspicare una magistratura tanto autorevole da non avere bisogno delle appartenenze per affermare la propria autorevolezza.

Anche il cosiddetto “diritto vivente” deve confrontarsi con questo principio.

Il diritto deve necessariamente evolversi insieme alla società. Ma esiste un valore che non possiamo perdere: la ragionevole prevedibilità della decisione.

Diritto vivente non dovrebbe significare diritto imprevedibile.

E poi, permettetemi di parlare di una grande assente. Una grande assente dai dibattiti, dalle riforme e troppo spesso dall’attenzione del legislatore: la giustizia militare.

Ne parlo non soltanto da avvocato, ma da Presidente della Camera Penale Militare.

La giustizia militare non è un residuo della storia, è una giurisdizione contemplata dalla nostra Costituzione.

C’è un paradosso che continuo a denunciare. Da una parte diciamo che l’avvocato del futuro deve essere sempre più specializzato, dall’altra, il diritto militare e/o penale militare continua a non avere un autonomo riconoscimento tra i settori delle specializzazioni forensi.

Allora qualcosa non torna!

Il D.M. 1° ottobre 2020, n. 163, nel disciplinare i settori e gli indirizzi delle specializzazioni forensi, contempla nel settore penale il diritto penale della persona, della pubblica amministrazione, dell’ambiente, dell’economia e dell’impresa, della criminalità organizzata, dell’esecuzione penale e delle nuove tecnologie etc…

Il diritto militare e/o penale militare non c’è, questa assenza non è soltanto formale.

È il segnale di una difficoltà più generale del nostro ordinamento nel riconoscere la specificità della giustizia militare.

Eppure esistono i Tribunali militari, esiste una Magistratura militare, esistono codici penali militari,

esiste un processo penale militare, esiste una giurisprudenza militare.

E soprattutto esistono avvocati che da anni studiano questa materia, frequentano le aule della giustizia militare e hanno acquisito sul campo competenze specifiche.

La stessa realtà professionale, quindi, ci dice che la specializzazione esiste già nei fatti.

Quello che manca è il suo riconoscimento.

La giustizia militare non chiede privilegi, chiede di non essere invisibile, chiede di esistere anche nell’agenda del legislatore.

E allora torno alle parole dalle quali sono partita: custodire il diritto e governare il cambiamento.

Custodire non significa conservare tutto ciò che abbiamo ereditato, governare il cambiamento non significa accettare qualsiasi cambiamento soltanto perché viene chiamato innovazione.

Per me significa una cosa molto più semplice. Meno parole. Meno carriere costruite sulle istituzioni. Meno decisioni prese tra pochi.

E invece: più ascolto, più competenza, più indipendenza, più coraggio. E soprattutto più fatti.

Una domanda semplicissima: che cosa abbiamo fatto davvero per l’avvocato che domani mattina tornerà nel suo studio?

E da questa risposta che, secondo me, si misura la credibilità dell’Avvocatura. Non dalle cariche che abbiamo ricoperto. Non dai titoli che abbiamo accumulato. Non dai tavoli ai quali siamo riusciti a sederci.

Ma dalle battaglie che abbiamo avuto il coraggio di combattere.

E soprattutto da quelle che abbiamo combattuto non per noi stessi, ma per tutti.

Perché custodire il diritto, alla fine, significa soprattutto questo: avere il coraggio di rimanere liberi mentre tutto cambia.

avv. Saveria Mobrici